ESTRATTI DAI TESTI

Rivista Kairòs – intorno alla questione umana e alla psicanalisi (Introduzione a cura di Maria Antonietta Morale e Anna Maria Morale) 

   Perché la dedizione al sapere non risenta soltanto della volontà di dominio, ma sia alimentata soprattutto dall’amore per l’enigma del sapere, occorre augurarsi che il favore di Kairòs, il meravigliarci del desiderio, lo stupore  insomma nei suoi confronti, non ci abbandoni.

   La rivista Kairòsintorno alla questione umana e alla psicanalisi nasce dal desiderio di un gruppo di persone di mantenere aperta l’interrogazione intorno alla questione umana e al senso della psicanalisi, prendendo le distanze da ogni forma di sapere assoluto, dogmatico, o presunto acquisito una volta  per tutte. La rivista si rivolge: a chi, senza una specifica conoscenza in merito, intenda avvicinarsi alla questione della psicanalisi. A chi, provenendo da una stessa o differente esperienza, sia interessato ad aprire un confronto critico con ciò che la psicanalisi ha da proporre rispetto al disagio umano. A chi, in quanto analista o analista in formazione, sia disposto a far parlare e radicalizzare la propria idea di formazione. A chi avverta la scelta di dedizione alla psicanalisi soprattutto come scelta etica e inderogabile responsabilità.

 

Enigma della questione umana

   Accennare alla questione del nascondimento dell’essere consente d’introdurre la questione stessa dell’inconscio, inteso come la persona. “Persona” nell’accezione di maschera, mascheramento costitutivo.
   Non si può mai essere del tutto sicuri della  verità.  Sicuri  di   non mentire inconsapevolmente a noi stessi e all’altro. Se l’inconscio resta fondamentalmente inconscio, se l’essere ama nascondersi, preservare il suo enigma, se si ha a che fare col costitutivo pudore della verità a mostrarsi interamente a nudo, col suo costitutivo doversi mascherare, l’inganno è costitutivo, o sempre possibile. Ed è per questo che se ne può essere giocati o si può  giocare  con  l’inganno, che si può cadere in inganno, o indurre l’altro in inganno. L’inganno come radicale mascheramento della verità concerne la struttura stessa dell’inconscio. Quanto più allora, misconoscendo l’inconscio, ci si vorrà garantire intorno alla verità, tanto più sarà facile ingannarsi e sentirsi ingannati.

 

Per-che e senza per-che della depressione

   Già l’espressione “depressione” è un’espressione abusata, generica che, volendo dire tutto, finisce per non dire niente riguardo a ciò che è veramente in questione per la persona che ne soffre.
   Comunque:  per-che la depressione?
   Fino a che punto può risultare disdicevole, inquietante per il nostro pensiero fondamentalmente causalistico, mettere in questione il concetto stesso di causa? Considerare l’eventualità che la depressione possa anche imporsi e insistere senza un per-che? Non consenta di risalire a una impugnabile causa? Di dedurre da quella causa precisi effetti, per sapere che fare, come intervenire, quale adeguato rimedio escogitare?
   E’la stessa esigenza di affidarsi a un pensiero edificante a non ammettere il senza per-che e l’incidenza del caso nella nostra vita.  S’interpreta così come causa oggettiva anche quanto fa da esca al non volerne sapere di ritrovarci, spesso senza un per-che, nella depressione. Ma stare a cavallo del  senza per-che è infinitamente scomodo e straniante, perché abbiamo troppo bisogno di procurarci alibi e scusanti. In coerenza con ciò, ogni esca reperibile nel romanzo personale o familiare è subito buona, subito da afferrare, insomma: da acchiappare al volo.

 

Formazione e lealtà della persona

   L’analista che mi sento di riconoscere come tale è innanzitutto un essere umano che non si nasconde di esserlo. Di essere a sua volta vulnerabile nei confronti del dolore di vivere. Solo se si espone col proprio desiderio, se non ha bisogno di giustificarlo, legittimarlo, aspettarsi consenso, successo, se testimonia di una non comune lealtà con se stesso e con gli altri, si può dare dell’onestà intellettuale  e dell’etica  da parte di un analista.  Una sua statura di eccellenza.
   A fare un analista e un maestro non è il praticare la psicanalisi, il ritenersi analista o l’imparare con una formazione a diventarlo, ma sono le doti personali di rispetto umano e la loro stessa brutale irripetibilità. Nessuna preparazione tecnica consentirà mai di supplire alla mancanza di quelle doti distintive di nobiltà e stile, che non possono essere insegnate, trasferite, trasmesse, ma solo ammirate, imitate, invidiate.

 

In-difesa

   Una cosa resta ferma: l’aspirazione alla felicità, intesa (anche se è scomodo ammetterlo) come coronamento degli impulsi incalzanti del nostro immaginario, che non sopporta scarti, riduzioni, saldi di fine stagione e non si riposa mai: è il nostro inseparabile compagno fedele o infedele (e qui ci sarebbe molto da dire…), che non molla la presa, non va mai in vacanza.  L’immaginario pretende e favorisce per questo il risentimento, che sporca e inquina lo sguardo verso la vita, fa perdere di trasparenza e bellezza le cose, le rende irriconoscibili e le trasforma in demoni ricattatori e allucinatori. Non è poco come prezzo da pagare in contanti e, per di più, ci condanna a vita a forme più o meno forti di infelicità.  Ma la felicità è un attimo, è uno stato di grazia fugace, infido e inquietante più della infelicità, perché genera paura, smarrimento, attesa dell’“attimo dopo”, che non potrà mai più essere identico, uguale a quello appena vissuto.
   La “provvisorietà” delle esperienze che viviamo rimbalza come aliena, nemica, in quanto  tradisce il nostro bisogno di  sicurezze. Per questo è da schivare e ingannare, con stratagemmi difensivi mascherati a festa per l’occasione, ma che ci obbligano ad armarci fino agli occhi, per essere più violenti e agguerriti che mai nel fronteggiare il pericolo stesso di dispersione dell’esistenza, inforcando impropri occhiali da miope pervederlo peggio”…  E intanto l’attimo è già fuggito e non ce ne siamo accorti, intenti come sempre siamo a cautelarci dall’angoscia del nulla, straordinari architetti dell’anima nell’edificare prigioni per agguantare, acciuffare il tempo della vita, renderlo suddito e schiavo del nostro bisogno di onnipotenza: vera e propria camicia di forza nella quale restiamo bloccati mentre si lotta per arrestare e possedere quello che di appagante ci sfugge...

 

Introduzione al pensiero di Freud

   Con Freud si è compiuto un evento innovativo senza eguali nel contesto socio-culturale, dapprima europeo, e in seguito mondiale. Si è trattato di una vera e propria rivoluzione del pensiero che, non diversamente dalla rivoluzione copernicana, ha scosso le fondamenta di tradizioni e pregiudizi antichissimi, minando le convinzioni sulle quali il moralismo dell’io razionale era arroccato.
   Avvicinare l’opera di Freud significa avvicinare quanto si trova di volta in volta a credere e a criticare, con revisioni, smentite e incessanti ripensamenti. E’ grazie a ciò che Freud imprime alla psicanalisi il carattere indelebile di continua rimessa in discussione delle sue stesse credenze.

Felicità e disagio della vita

   La felicità è per Freud un problema di economia individuale: “l’uomo prevalentemente erotico metterà innanzi a tutto le relazioni emotive con gli altri; il narcisista, che è più incline all’autosufficienza, cercherà i soddisfacimenti essenziali nei suoi progetti psichici interni; l’uomo d’azione non abbandonerà mai il mondo esterno su cui può saggiare la sua forza”. In ogni caso, Freud invita a non dimenticare mai come “ogni scelta portata agli estremi” finisca “con l’autopunirsi”, per diventare pericolosa proprio per la sua assolutezza.  Ciò che ognuno si aspetta dalla vita, crede, cerca e s’illude di trovare nella vita, dipende comunque  dal nostro temperamento, dalla nostra mentalità, da come siamo toccati dalle esperienze. Ogni scelta di vita è a suo modo una forma di credenza, che dà valore a qualcosa in particolare ed è in quel qualcosa che ciascuno ripone le sue aspettative di felicità o riduzione dell’infelicità.
   Ma di quale e quanta violenza siamo capaci  in nome del comune o personale bisogno di credere? In nome del bene, della fede, della verità, della libertà, dell’amore, del piacere, o d’altro? In nome della salvaguardia dei nostri principi, delle nostre intransigenti fedi? In nome di valori ideali assolutizzati come, per esempio: affermazione di sé, potere, giovinezza, bellezza, successo, perfezione, incorruttibilità, immortalità, ecc.?

 

Suggestione del pensiero magico

  Confidare nel potere magico-onnipotente di ciò che desideriamo affinché possa realizzarsi, sopravvalutare la possibilità del pensiero, della parola, dei gesti di agire sulla realtà per modificarla e trasformarla: è da questo che nasce il potere attribuito alla magia, alle formule e ai rituali magici. Pensiero magico: maestro senza uguali nell’arte di elaborare le più incredibili modalità di proiezione del perturbante e d’inventare, per occultarlo, scenari, rappresentazioni, riti, esorcismi, che abbiano un qualche potere di controllo sugli imprevedibili eventi della vita. Ma, più ancora, che funzionino da antidoto riguardo al potere incontrollabile delle forze che agiscono dentro di noi, quelle dal volto non manifesto e per ciò stesso tanto più inquietante.

 

Ragioni della fede e fede nella ragione

  Quanto in effetti ci è dato “fare a meno del conforto dell’illusione”, ma non solo di quella “religiosa”, bensì di ogni illusione che appaia un rimedio all’angoscia? E’ forse meno illusorio non nasconderci che, in definitiva, “senza questo conforto” non sopporteremmo “il peso dell’esistenza, la cruda realtà” (cfr. Freud).

 

Al narcisismo non si comanda

   <<Vede il riflesso della sua bella persona nell’acqua: ne è preso e si innamora di un’illusione che non ha corpo, pensando che sia corpo quello che non è altro che onda>> (Ovidio).
   <<Io sono così vicino a te che ti potrei bere. O viso!... La mia sete è uno schiavo nudo… Fino a questo tempo seducente io ero a me sconosciuto, e non sapevo amarmi e raggiungermi!>> (Valery).
   <<Narciso muore perché vuole eludere la differenza, non ascoltando (l‘)eco. Di fatto, (l’)eco è ciò che della reminiscenza non si traduce in ricordo, o ciò che fa di ogni immagine un non-tutto; per questo non cessa di ri-chiamare>> (Rescio).

   Al narcisismo non si comanda.Valvola di apertura alla vita, energia che consente di amare, spinta a canalizzare e valorizzare i desideri, il narcisismo è anche una personale provvista di proteine nobili. Invece se ne parla più male che bene, più per disprezzarlo che per apprezzarlo, puntando il dito sui suoi difetti o lati patologici: si omette spesso di dire che è anche  essenziale per l’uomo. Se c’è e finché c’è, il narcisismo è un complice insostituibile, un alleato senza pari per combattere le battaglie della vita.  Ma poter contare su di esso è un dono, uno stato di grazia, che  non si acquista con nessuna moneta e non si ottiene col dispiegamento della forza di volontà… Il narcisismo è una preziosa risorsa per accogliere la sfida della vita, per confrontarsi con i contrasti, le avversità,  le ferite. E’ rischio in atto, gioco d’azzardo e, per questo, erotismo puro. Se lo perdi, te ne accorgi tuo malgrado, perché precipiti subito nella zona oscura della demotivazione, della depressione, dello spegnimento.  Il narcisismo è desiderio, - il seduttore per eccellenza -, che insegue sempre se stesso e si rimette in gioco, proprio grazie alla proprio stessa insoddisfazione, ma si può offrire la chance di viverlo non soltanto con angoscia, bensì anche con ebrezza dionisiaca.
   Tuttavia, impossibile per Narciso liberarsi dalla inevitabile ambivalenza della sua maschera, vale a dire: dall’obbligo stesso della maschera. Nell’abitudine del narcisismo alla maschera c’è il mascherarsi comunque di quella enigmatica, inviolabile verità inconscia, che è il doppio della nostra verità cosciente. L'inconscio non potrà mai mostrarsi come nuda verità conoscibile una volta per tutte, tale da consentire di rispecchiarsi esattamente in esso. Narciso ce lo insegna e, non sopportandolo, ne muore...


Sfinge psicanalisi

   E' un po' come se l'uomo fosse bilingue, se parlasse due lingue: quella di cui è cosciente e gli serve come strumento per comunicare con gli altri e un' altra, inevitabilmente compromessa con quell'altra scena, che per Freud riguarda l'inconscio. L'inconscio può tradirci in qualsiasi momento. E' inseparabile da noi ma, proprio come un amante infedele, può, in modo del tutto inaspettato, farci bruscamente scoprire qualcosa di sconcertante, che ci disorienta e toglie in un attimo tutta la nostra sicurezza. Basta una parola, un'espressione, un gesto per aprire uno scenario altro da, per abbattere tutto un costrutto, la tenuta logica di un'intenzione cosciente, il senso e la coerenza di un intero discorso. Il pensiero dominante ha orrore dell'anarchia, dell'incontrollabile e del violento che, in quanto tali, muovono l'energia inconscia e rifiutano ogni forma di imbragatura, di inquadramento normativo: non possono quindi esser messi al guinzaglio, contenuti, regolamentati. Ciò che è personale, per la stessa specificità del suo incessante domandare, non può infatti seguire nessuna forma di iter omogeneo ed uniforme.

 

I Quaderni di Kairòs (Introduzione a cura di Maria Antonietta Morale e Anna Maria Morale) 

   Con la raccolta Quaderni aperti, il Centro Studi Kairòs apre di volta in volta un dialogo intorno alla questione umana e alla questione della psicanalisi, con differenti interlocutori (psicanalisti e non) e con le loro specifiche esperienze di lettura, studio, ricerca e scrittura.

 

L’altro e il violento

   La domanda inconscia all’altro nella condizione di transfert è tutt’altro che pacifica.  Il confronto stesso conl’alterità dell’altro comporta immediatamente l’impatto col violento. L’altro è altro da te: grande lezione che l’inconscio stesso ci offre, poiché è tanto più inarrivabile, quando più si pensa di averlo raggiunto. L’altro è sempre altro e altrove rispetto a te. E’ altro nella sua stessa statura di eccellenza, nei suoi talenti. Proprio non volerne sapere del violento di ciò può rendere particolarmente sofferto e violento, nella propria esperienza di formazione, il confronto con l’altro, la cui stessa alterità ti può offendere, frustrare, sminuire, svilire, castrare, ti può rendere insicuro, invidioso, competitivo. Può scatenare conflitti e tempeste emotive, che favoriscono lo stallo in posizioni tortuose di evitamento e danno avvio a interminabili guerre striscianti. A una continua guerriglia psicologica sotterranea, mai ammessa e mai dichiarata per quello che è: mai combattuta alla luce del sole. In questi veri e propri stati di guerra occultati, le armi non si depongono mai e il sabotaggio inconscio può diventare sistematico.

 

Pulsione di morte, orrore-ripudio della morte e patto col demonio

   <<Mefistofele: Finiscila di trastullarti con la tua melanconia; come un avvoltoio ti rode alle fonti della vita […]. Non sono un personaggio illustre; ma se vorrai avviarti attraverso la vita sotto la mia scorta, m’impegno a mettermi tosto al tuo servizio.
Faust: E in cambio che ti debbo dare?>> (Wolfang Goethe).

   <<Lui: - La condizione che ponevo era chiara e onesta, determinata dal legittimo zelo dell'inferno. L'amore ti è vietato in quanto riscalda. La tua vita dev'essere fredda, perciò non devi amare alcuna creatura umana.  […] L'esistenza stravagante è la sola che basti a una mente orgogliosa. La tua superbia non vorrà certo mai scam­biarla con un'esistenza tiepida. Siamo intesi?>> (Thomas Mann).

   <<Com’è triste! – mormorò Dorian Gray, gli occhi ancora fissi sul ritratto. – Io diventerò vecchio, orribile e terrificante. Ma questo ritratto rimarrà sempre giovane. Se solo fosse il contrario! Se fossi io a rimanere sempre giovane, e il ritratto a invecchiare! Per questo, per questo darei qualunque cosa! Sì, non c’è niente al mondo che non darei! La mia stessa anima darei per questo!>> (Oscar Wilde).

   Eros – ma lo stesso vale per l’arbitrario Thanatos – è un demone che ci prende e possiede, ci assale e travolge, ci domina tirannicamente.
   Ma non meno demoniaco e tirannico è il  bisogno di evadere dalla melanconia, dalla solitudine, dalla noia, dall’insoddisfazione, dal mortale ed effimero in tutte le sue manifestazioni. Bisogno che ritroviamo in certe figure indimenticabili consegnateci da letterati e pensatori, pensiamo per esempio al Faust di Goethe, al Faust di Mann, al Dorian Gray di Wilde…

 

Danza o coito mortale?

   L’Eros è energia, propulsione di vita, variegata, multiforme. Ora è fiato caldo che soffia sui pensieri fino a farli diventare emozioni, ora è condizione emotiva che ti sospinge fino ai piani alti dell’esistenza, quelli dove si può incontrare la gioia profonda e, a brevi attimi, perfino la felicità. L’Eros è un invito a partecipare al gran ballo dell’esistenza con un partner singolare e un grande seduttore: il rischio. Il tempo di Eros è un tempo  che si offre come abbondanza,  generosità, piacere di donare e di donarsi. E’ tempo di appagamento, di creatività, spostamento continuo di potenza pulsionale, sorprendente divenire in atto, trasformazione incessante di pensiero. Ma, in questa danza aperta al rischio, il godimento di Eros  s’intreccia in una forma di unione coitale con Thanatos, dal quale non si potrà mai separare.

 

 In natura nulla si crea, nulla si distrugge          

   E’ possibile conciliare la fede con la ragione? Non ostinarsi a cercare soluzioni metafisiche al mistero dell’universo, per negare il nostro destino mortale?

 

Darwin e Freud;  Intervista a Darwin 

   I dissacratori Darwin e Freud, entrambi distruttori di credenze, entrambi seguaci di una “conoscenza che mostra la faccia più cruda della realtà”, hanno scardinato convinzioni fino ad allora indiscutibili. “Il vero messaggio scomodo” che entrambi, in modo diverso, ci consegnano è in fondo quello di “abbandonare l’astrazione dell’assoluto” (cfr. Benito Leoncini).

 

Rilanci
   Possiamo di fatto astenerci dal credere? Possiamo sbarazzarci della questione ponendo una netta distinzione tra chi crede (in Dio, nei maghi, in un fine ultimo della vita, magari  insito nella natura stessa, ecc.) e chi invece non crede?

 
Giano bifronte
   Narcisisticamente veri e propri Giano bifronte,  gioco di opposti, sfida tra contrari, sempre in conflitto tra impulsi e ragione, quando siamo del tutto dominati dall’inconscio, si può perdere il controllo di noi stessi, e arrivare a sragionare, addirittura a perdere la ragione. Ma la ragione si può perdere anche per eccesso di ragione, anche quando pretendiamo di controllare tutto con la nostra ragione…

 
Madame Bovary e il desiderio di desiderio
   Emma è sempre esistita. Emma, con la sua insoddisfazione, è tutti noi e ognuno di noi. Chi non si riconosce in Emma, nella sua fragilità, nella sua smaniosa ansia di vivere, nelle sue paure, nelle sue inquietudini?